FESTE
E TRADIZIONI POPOLARI A S. GIOVANNI A TEDUCCIO
Il patrimonio di tradizioni popolari del quartiere di S.
Giovanni a Teduccio è intrecciato, quasi per simbiosi (ma ciò vale del resto
per l'intero hinterland napoletano) alle festività religiose della zona pur
rilevandosi nel tempo una complessa interscambiabilità tra forme cultuali
pagane assimilate dalla tradizione cristiana e ritualità confessionale
ortodossa piegata ad accogliere forti residui di superstiziosa religiosità
popolare.
La complessità di tale fenomeni si associa inoltre a un
lento e progressivo smarrimento delle tradizioni stesse, determinato sia
dall'inevitabile attrazione culturale del centro urbano con la conseguenza che
si è omologata la vita dei quartieri alle forme e ai modelli cittadini, sia per
motivi di ordine pubblico che, di volta in volta nel corso degli anni, hanno
spinto le autorità civili o religiose a sopprimere alcune modalità
celebrative, per evitare il pericoloso stato di euforica esaltazione a cui la
folla andava soggetta.
Ancora molto sentite restano tuttavia la festa di S.
Giovanni Battista il patrono del quartiere (benché si sia notevolmente
ridotto il numero delle manifestazioni ad essa collegate: è il caso della corsa
dei cavalli, soppressa intorno al 1950), e la festa della Madonna
dell'Arco (anche se il santuario, verso cui si snodano gli affollati cortei
di pellegrini provenienti dai più disparati quartieri circostanti, è situato
fuori dal territorio di S. Giovanni).
La festa di S.Giovanni Battista
Le manifestazioni popolari legate alla ricorrenza del
santo patrono, che cade il 24 del mese di giugno, hanno inizio la sera
precedente la festività e si prolungano per le tre domeniche successive.
La sera del 23 gli abitanti del quartiere sono soliti
iniziare la preparazione del "nocillo" (it. "nocino",
liquore distillato di noci dal gusto forte e profumato bevuto dopo pranzo come
digestivo), riponendo nell'alcool puro il malto delle noci lasciato poi a
macerare al sole per 40 giorni la coincidenza tra la festa del santo patrono e
l'inizio del processo di preparazione del liquore garantirebbe la perfetta
riuscita del prodotto. A mezzanotte
del 23 le ragazze sciolgono il piombo sul fuoco; il piombo fuso viene poi colato
nell'acqua e, a seconda delle forme che assume, si desumono presagi di vita
futura (il piombo disegna nell'acqua una barca, la ragazza sposerà un
marinaio).
La mattina del 24 la festa è annunciata dallo sparo di
mortaretti e per le vie del quartiere transita la banda musicale locale.
Durante il giorno qualcuno ha ancora conservato l'usanza di addobbare i
balconi anche per mezzo di luminarie, mentre quasi generale è l'abitudine di
festeggiare la ricorrenza con un pranzo molto ricco, che tale non può dirsi se
manca il piatto tipico del giorno le melanzane con la cioccolata (le melanzane,
affettate in lunghezza, cosparse di sale ed esposte al sole per qualche ora,
vengono poi lavate, e successivamente, disposte a strati separati da cioccolata
fusa candita con pezzetti di cedro, infornate per il tempo necessario alla
cottura).
Nelle tre domeniche successive al 24 giugno la statua del
santo patrono viene portata in processione per raccogliere in sacchi o in ceste
le offerte che i fedeli lanciano dai balconi.
L'ultima domenica di giugno la processione si snoda verso
Portici; la prima domenica di luglio invece verso Napoli solo la seconda
domenica di luglio, nella processione che viene definita "di lusso",
la statua sfila per le strade del quartiere, da Croce del Lagno al Ponte dei
Francesi, concludendo le manifestazioni legate al culto di S. Giovanni.
Il culto di S. Giovanni deve probabilmente riconnettersi
ad un'antica festa dei pescatori napoletani, di cui dà notizia Carlo Celano in
uno scritto del 1692, avvertendoci tuttavia che essa già non si svolge più da circa vent'anni da quando la
statua del Santo veniva condotta in processione dai quartieri del porto
(l'attuale zona di Piazza del Municipio) alla chiesa dedicata al Battista posta
al di là delle mura del Mercato, oltre le vie della Marina e presumibilmente
dunque nel territorio del casale di S. Giovanni a Teduccio (Chi volesse
approfondire l'argomento può saperne di più dal volume di V. Petrarca, La
festa di S. Giovanni Battista a Napoli nella prima metà del Seicento, Palermo,
1986).
È facile pertanto desumere che il culto, abbandonato dai ceti popolari cittadini, si sia radicato come tradizione religiosa locale nella zona di stanziamento della chiesa preposta specificamente al culto del santo.
La corsa dei cavalli
Nel corso del primo cinquantennio del nostro secolo i
festeggiamenti in onore di S. Giovanni Battista si protraevano anche nella terza
domenica di luglio con l'antica corsa dei cavalli.
Tale usanza avrebbe tuttavia origini ben più remote,
risalendo agli anni della restaurazione borbonica (1814-1815), anche se per
tutto l'ottocento la data della manifestazione, come si rileva dalle
testimonianze storiche, ha subito diversi spostamenti.
Cultori di storia locale tramandano che essa ha avuto
origine quando "il corso S. Giovanni a Teduccio divenuto un lungo
serpentone della lunghezza di circa tre km., dopo la distruzione della strada
lastricata fatta con selci, serviva come pista di allenamento, di esercizio alla
scuola di equitazione borbonica, che aveva la sua grande scuderia al Borgo
Loreto. Al ritorno nella loro sede, le bestie ammaestrate ad un segnale di
sparo, si mettevano spontaneamente a correre e rientravano nella loro scuderia.
Di qui la tradizione [... ] della "corsa dei cavalli""
(Per un maggiore approfondimento si possono ricavare notizie interessanti da C.
Lucarella, San Giovanni a Teduccio, Napoli, 1992).
Nelle forme attuali del nostro secolo, ancora vive nella
memoria degli abitanti del quartiere, una decina di cavalli, provenienti
dall'agro aversano e dal casertano, venivano lanciati al galoppo lungo il Corso
da fantini distinti da maglie di colori diversi, ma tutti egualmente sgargianti
(rosso, verde, giallo ... ): il fantino vincente veniva poi celebrato la sera
con gelati di granita dello stesso colore.
La corsa dei cavalli era seguita da un pubblico
numerosissimo, proveniente da tutti i quartieri di Napoli, che si accalcava
pericolosamente lungo la strettoia del Corso, come è testimoniato dalle
delibere comunali relative allo spiegamento straordinario della forza pubblica
per l'occasione.
L'incolumità di un pubblico così fitto, raccolto in uno spazio così ristretto, non poteva essere tuttavia salvaguardata e incidenti, malgrado l'attenta presenza delle forze dell'ordine, si verificavano tutti gli anni: furono questi i motivi che indussero le autorità civili e religiose a vietare la manifestazione agli inizi degli anni '50.
La festa della Madonna dell'Arco
Una delle più autentiche e radicali feste religiose dei
dintorni di Napoli è quella che si celebra da secoli, ogni anno il lunedì in
Albis (il lunedì dopo Pasqua), in onore della Madonna dell'Arco, nell'omonima
cittadina vesuviana, un tempo aggregata al comune di Sant' Anastasia.
Tanto il culto è sentito in molti paesi della Campania e
in diversi quartieri di Napoli (come appunto a S. Giovanni a Teduccio), che
numerosissime sono le associazioni intitolate alla Vergine dell'Arco, impegnate
già parecchie settimane prima della festa a raccogliere offerte da portare al
Santuario.
Il lunedì in Albis, come si è detto, i devoti partono a
gruppi in processione, indossando una sorta di divisa distintiva.
Essi si presentano interamente vestiti di bianco, con una fusciacca rossa
intorno alla vita o una lunga fascia azzurra posta trasversalmente da una spalla
al femore e terminante talvolta con un fiocco giallo-oro (recentemente fusciacca
e fascia trasversale sono state sostituite da una coccarda rosso-azzurra): sono
i cosiddetti Fujenti, che danno vita al famoso rituale della "grande
fuga" (Questo argomento è stato analizzato con grande cura da Roberto De
Simone in Chi è devoto. Feste
popolari in Campania, Napoli, 1974, a cui si rimanda).
Fino alla metà degli ami '60 due file ordinate di
pellegrini percorrevano le strade che conducevano al santuario, precedute dagli
stendardi delle associazioni e seguite da un baldacchino con l'immagine della
Madonna; ogni associazione era guidata da un "capoparanza" che, con un
fischietto indicava quando interrompere la processione: tutti allora
incominciavano a saltare e, a danzare a piedi nudi e molti si gettavano faccia a
terra dimenando il corpo in maniera sfrenata; giunti al Santuario acceleravano
la corsa (da qui il nome di Fujenti, scorrezione fonetica di
"fuggitivi"), per poi varcare la soglia della Chiesa trascinandosi
all'altare sulle ginocchia, o peggio ancora, fino agli anni trenta, con la
lingua per terra.